Riabilitazione persone con patalogie alla mano
Stefano Lucchina: «Pensavo fosse una punizione. È stata la fortuna della mia carriera» - Blog Formazione continua
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- Stefano Lucchina: «Pensavo fosse una punizione. È stata la fortuna della mia carriera»
Dal trapianto di mano alla formazione dei professionisti: il racconto di uno dei maggiori esperti di chirurgia della mano in Svizzera.
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Da piccola capivo sempre quando mia madre era nervosa dal modo in cui piegava i sacchetti della spesa. Li piegava velocissimo, in silenzio, con movimenti automatici e un po’ meccanici.
Ci ho ripensato preparando questa intervista al dottor Lucchina. Forse perché ci sono parti del corpo che finiscono per diventare un linguaggio. Le mani raccontano il lavoro che facciamo, l’età, certe abitudini, perfino il carattere. Lo fanno attraverso gesti minuscoli e quotidiani (girare una chiave nella toppa, chiudere una zip, tenere una tazzina troppo piena senza rovesciarla, o appunto, piegare i sacchetti della spesa troppo velocemente). Al contempo lavorano tendini, nervi, articolazioni e memoria del movimento con una precisione impressionante. La mano è uno degli organi più sofisticati e complessi del corpo umano. Ed è proprio per questo che ogni lesione tendinea, ogni trauma o patologia da sovraccarico rappresenta molto più di un semplice problema ortopedico: significa intervenire su ciò che permette alle persone di lavorare, comunicare, creare e relazionarsi con il mondo.
Non a caso il modulo all’interno del CAS, dedicato alle lesioni tendinee e alle patologie dell’apparato estensore e flessore della mano, è un percorso formativo che affronta in maniera integrata sia la componente chirurgica sia quella terapeutica delle lesioni traumatiche, accanto alle sempre più diffuse patologie da sovraccarico. Un approccio che unisce teoria, pratica clinica e video-casi per offrire ai partecipanti strumenti immediatamente applicabili nella realtà professionale.
Le patologie tendinee della mano rappresentano oggi fino al 20–30% delle problematiche muscoloscheletriche degli arti, mentre tra il 5 e il 10% degli accessi ai pronto soccorso riguarda problematiche della mano. Numeri che raccontano una realtà clinica estremamente frequente e che evidenziano quanto una presa a carico tempestiva e competente possa fare la differenza: un trattamento non corretto nelle fasi iniziali, sia dal punto di vista chirurgico sia terapeutico, può tradursi in danni permanenti, limitazioni funzionali e importanti conseguenze sulla qualità di vita del paziente.
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Dr. Stefano Lucchina
Dr. Stefano Lucchina, medico specializzato in Chirurgia Ortopedica e Traumatologia, chirurgia della mano e microchirurgia ricostruttiva, medico aggiunto per la chirurgia della mano presso l’Ospedale di Locarno e consulente presso gli Ospedali di Bellinzona e Lugano
Fonte Immagine: https://www.drlucchina.com
In una disciplina così specialistica quanto conta secondo lei costruire sul territorio una cultura condivisa della presa a carico oltre che avere delle singole competenze tecniche specifiche?
La mano e il polso hanno una caratteristica molto particolare: non perdonano i ritardi. Una diagnosi mancata o una terapia impostata male nelle prime fasi rischiano di compromettere tutto il percorso successivo e di lasciare al paziente limitazioni permanenti.
Per questo, in una disciplina come la chirurgia e terapia della mano, il tema non è soltanto avere singole eccellenze tecniche. Il vero punto è costruire una cultura condivisa della presa a carico sul territorio: fare in modo che chi vede il paziente per primo (dal pronto soccorso al medico di famiglia, fino al terapista) sappia riconoscere rapidamente il problema e inserirlo subito nel percorso corretto.
Allargare le competenze diagnostiche e terapeutiche significa ridurre complicanze che oggi restano molto frequenti, con percentuali che possono arrivare fino al 20–40%, ma significa anche ridurre inabilità lavorative, conseguenze permanenti e tutto ciò che queste patologie portano con sé, non solo per il paziente ma anche per le famiglie e, più in generale, per la società.
La mano concentra anatomia, neurologia, biomeccanica e funzione in pochi centimetri.Secondo lei qual è l’aspetto più sottovalutato da chi la osserva dall’esterno?
Per anni la chirurgia della mano è rimasta una disciplina quasi marginale all’interno della formazione medica. Già più di quindici anni fa il Journal of Hand Surgery British evidenziava come, sia nelle facoltà di medicina sia nei percorsi postgraduate, lo spazio dedicato alla chirurgia della mano fosse estremamente ridotto.
Il problema è che, quando manca una formazione adeguata, manca inevitabilmente anche una conoscenza approfondita dell’anatomia della mano. Da lì derivano difficoltà diagnostiche, trattamenti non ottimali e complicanze che spesso potrebbero essere evitate.
Nel tempo, però, la chirurgia della mano è cresciuta parallelamente alla terapia della mano. Alla crescente richiesta di specialisti capaci di trattare queste patologie si è affiancata la necessità di costruire competenze terapeutiche altrettanto specifiche. È il percorso che abbiamo iniziato all’inizio degli anni 2000 insieme al collega di Bellinzona: un lavoro lungo, che negli anni ha permesso di formare non soltanto medici ma anche terapisti specializzati.
Oggi questo cambiamento è diventato concreto anche sul territorio ticinese. Dal 2022 esistono infatti due centri di formazione FMH riconosciuti per la chirurgia della mano e la disciplina è entrata anche all’interno della Facoltà di Scienze Biomediche dell’USI, nel programma Skeleton.
È un passaggio importante, perché significa dare finalmente spazio a una disciplina che per troppo tempo è rimasta ai margini della formazione, nonostante abbia un impatto enorme nella pratica clinica quotidiana.
E questo CAS mette in relazione un po’ tutti gli attori del territorio. Che valore aggiunto ha per il partecipante questa collaborazione che c’è tra tutti gli attori presenti?
Questo aspetto è fondamentale perché la chirurgia della mano ha una particolarità quasi unica: il risultato finale non dipende mai da una sola persona. Non basta il gesto chirurgico, così come non basta la terapia da sola. Il recupero funzionale migliore possibile nasce da una rete di professionisti che lavorano insieme, ciascuno nel momento giusto.
Perché tutto funzioni serve innanzitutto una diagnosi precoce. Serve il medico di pronto soccorso o il medico di famiglia capace di riconoscere subito il problema e di indirizzare rapidamente il paziente al chirurgo della mano. Serve che, quando necessario, il trattamento venga intrapreso senza ritardi. E serve infine un accesso altrettanto rapido alla terapia, che nella chirurgia della mano è parte integrante del recupero.
Ma soprattutto serve comunicazione. Tutti gli attori coinvolti devono parlarsi continuamente, costruendo un percorso condiviso attorno al paziente, che resta il vero centro del processo terapeutico.
È il messaggio che portiamo avanti da oltre vent’anni anche all’interno della formazione SUPSI: soltanto attraverso una collaborazione reale tra medico, terapista e paziente si può arrivare a un risultato ottimale. Perché quando uno di questi elementi si indebolisce, il rischio è quello di un recupero incompleto e, in molti casi, di un danno permanente.
In chirurgia della mano il successo tecnico non sempre coincide col recupero funzionale che magari il paziente si aspetta. Come gestisce questo equilibrio tra il risultato chirurgico e le aspettative dei suoi pazienti?
La chiave, in questi casi, è il rapporto medico-paziente, che deve essere fondato sulla fiducia e su una comunicazione estremamente chiara. Nella chirurgia della mano il successo tecnico dell’intervento non coincide automaticamente con il recupero funzionale che il paziente immagina o si aspetta, ed è importante affrontare questo aspetto fin dall’inizio.
Che si tratti di un intervento d’urgenza o programmato, il paziente deve essere correttamente informato sul percorso che lo aspetta. Una mano che ha subito un trauma, una frattura o una lesione tendinea difficilmente tornerà esattamente “come prima”. L’obiettivo è avvicinarsi il più possibile a quel risultato, ma senza creare aspettative irrealistiche.
Per questo il lavoro non riguarda soltanto il chirurgo. Coinvolge anche il terapista e il paziente stesso, che ha un ruolo fondamentale nel percorso riabilitativo, dall’ergoterapia alla fisioterapia. Il risultato migliore nasce quando tutte queste componenti lavorano insieme con continuità e consapevolezza. Le aspettative vengono quindi accompagnate e contestualizzate attraverso un’informazione corretta, trasparente ed eticamente rigorosa, sempre nel rispetto di ciò che oggi la medicina può realisticamente offrire.
Mentre preparavo questa intervista mi sono anche interrogata sulla mano come aspetto identitario. Questo cambia il suo modo di rapportarsi col paziente?
Sì, perché la mano non è soltanto un organo funzionale. Non serve semplicemente a compiere movimenti o a sostenere un carico, come può fare un arto inferiore. La mano è il modo attraverso cui entriamo continuamente in relazione con il mondo.
Ha una funzione sensitiva: è il primo strumento con cui percepiamo ciò che ci circonda. Ma ha anche una funzione sociale e relazionale. Pensiamo a quanto sia istintivo stringere una mano, salutare qualcuno, accarezzare, lavorare, scrivere. Sono gesti che sembrano banali solo perché li facciamo ogni giorno.
Per questo la perdita della funzione della mano ha conseguenze che vanno molto oltre l’aspetto strettamente medico. Un recupero incompleto può avere un impatto psicologico profondo e influenzare la vita personale, familiare e lavorativa del paziente. In alcuni casi cambia persino il modo in cui una persona percepisce sé stessa e il proprio posto nella società.
Dal nostro punto di vista, quindi, il ripristino della funzione della mano non è soltanto un successo chirurgico. L’obiettivo reale è permettere alla persona di tornare alla propria vita: al lavoro, alle relazioni, all’autonomia quotidiana.
Questo vale in ogni ambito, compreso quello sportivo. Per un atleta giovane, ad esempio, un trauma importante alla mano o al polso può significare non solo una limitazione fisica, ma anche la perdita della propria carriera, con conseguenze economiche, psicologiche e sociali molto importanti.
Pensavo fosse un downgrade, quasi una punizione. Invece da lì iniziò tutto: la passione per la chirurgia della mano, la microchirurgia ricostruttiva, i viaggi negli Stati Uniti, in Australia, gli anni di formazione all’estero e il lavoro sui trapianti che all’epoca fecero il giro dei giornali e delle televisioni.
Dr. Stefano Lucchina
E lei come si è approcciato a questa specializzazione? Quando ha capito che sarebbe stata la “sua” disciplina?
Nel mio caso tutto è iniziato quasi come una punizione.
All’epoca ero a Milano ed ero entrato come numero uno nel ranking della scuola di specializzazione. Lavoravo all’Istituto Ortopedico Gaetano Pini con il professor Albino Lanzetta, che considero ancora oggi uno dei miei grandi maestri. Ero convinto che il mio futuro sarebbe stato nella traumatologia dello sport: chirurgia del ginocchio, menischi, legamenti crociati. Quella era la strada che volevo seguire.
Poi, nel giugno del 2000, successe qualcosa che cambiò completamente il percorso. Il professore convocò me e un altro collega nel suo ufficio e ci disse, con quel modo molto diretto che si usava allora, che aveva per noi “un’occasione unica”. L’occasione consisteva nel trasferirci da Milano a Monza per lavorare nella microchirurgia e nella chirurgia della mano, all’interno di un nuovo progetto legato ai trapianti di mano da cadavere guidato dal professor Marco Lanzetta.
Ricordo ancora perfettamente quella giornata. Per me fu uno dei momenti più tristi della mia vita professionale. Pensavo sinceramente fosse un downgrade, quasi una punizione. Doveva essere una parentesi di sei mesi e ricordo persino che tornato a casa iniziai a contare sul calendario quanto mancasse alla fine di quel periodo.
In realtà quei sei mesi non finirono mai davvero. Anzi, da lì iniziò tutto: la passione per la chirurgia della mano, la microchirurgia ricostruttiva, i viaggi negli Stati Uniti, in Australia, gli anni di formazione all’estero e il lavoro sui trapianti che all’epoca fecero il giro dei giornali e delle televisioni.
Quella che all’inizio avevo vissuto come una deviazione dal mio percorso è diventata invece la più grande fortuna professionale della mia vita.
Se dovesse immaginare l’impatto di questo CAS tra dieci anni, quale cambiamento spera di vedere in Ticino grazie a questa formazione e a esperti più formati?
Le proiezioni demografiche parlano molto chiaramente: nei prossimi anni aumenterà in modo significativo la popolazione oltre i 65 anni e, con essa, aumenteranno inevitabilmente anche i traumi e le patologie degenerative della mano e del polso.
La sfida sarà proprio questa. Da un lato avremo sempre più persone che avranno bisogno di trattamenti specialistici; dall’altro il rischio è quello di avere un numero insufficiente di professionisti formati in questo ambito.
La speranza è quindi che percorsi come questo CAS contribuiscano a creare una nuova generazione di operatori sanitari (medici, terapisti, fisioterapisti ed ergoterapisti) capaci di prendere a carico patologie sempre più frequenti e complesse, legate sia ai traumi sia all’invecchiamento della popolazione.
Perché la richiesta crescerà enormemente e serviranno competenze sempre più specifiche, integrate e interdisciplinari.
C’è qualcosa, un’esperienza particolare, uno spoiler che ci può fare a proposito del modulo che terrà?
Ripenso con grande affetto ai pazienti con cui abbiamo affrontato i casi più complessi e, a volte, anche più straordinari. All’inizio della mia carriera, ad esempio, ho partecipato ai tre trapianti di mano da cadavere eseguiti a Monza: esperienze che all’epoca sembravano quasi fantascienza e che hanno segnato profondamente il mio percorso professionale.
Ma col tempo mi sono reso conto che il rapporto più continuo e più profondo i pazienti spesso non lo costruiscono con il chirurgo, bensì con il terapista. È il terapista che accompagna il recupero giorno dopo giorno, che vede i progressi minimi, le difficoltà, le paure, i momenti di frustrazione.
Ancora oggi, a distanza di vent’anni, capita che pazienti operati per reimpianti di dita o interventi ricostruttivi importanti continuino a scrivere ai loro terapisti, a mandare fotografie, a raccontare cosa riescono finalmente a rifare con la mano.
Ricordo un paziente al quale avevamo reimpiantato alcune dita: era tornato a lavorare come giardiniere e ad arrampicarsi sugli alberi. Ancora oggi ci sentiamo.
Ed è forse questa la cosa più bella della chirurgia della mano: quando la collaborazione tra chirurgo, terapista e paziente funziona davvero, il recupero non resta soltanto un risultato clinico, ma diventa una storia umana che continua nel tempo.
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CAS Riabilitazione della persona con patologie alla mano
Il CAS Riabilitazione della persona con patologie alla mano forma ergoterapiste ed ergoterapisti capaci di valutare e intervenire sulle patologie della mano e del polso in contesti clinici diversificati, tra cui neuropatie periferiche, lesioni tendinee, fratture, patologie reumatiche e traumi complessi. Il percorso integra ragionamento clinico, strategie, attività pratiche tra cui confezionamento di ortesi, promuovendo autonomia, partecipazione e qualità della vita della persona.
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